Gerardo Bosco, classe 1971, ha al suo attivo numerose esperienze in campo sperimentale, clinico e accademico. Ha già ricoperto diversi incarichi affermandosi come uno dei maggiori esperti internazionali in campo iperbarico.
Dopo la laurea in Medicina, si è specializzato in Medicina Iperbarica e Scienze dell’alimentazione presso l’Università di Chieti-Pescara. Ha conseguito il dottorato di ricerca presso i laboratori della State University di New York in Fisiopatologia del muscolo. Ha svolto un’intensa attività di ricerca per alcuni anni a Chieti con il prof Data, poi all’estero presso lnstitute of Human Performance di Syracuse con il prof Camporesi.
È visiting professor presso l’Università di Greinswald, Syracuse e Tampa. Fa parte dal 2014 della facoltà internazionale della Duke University. È autore di oltre 100 pubblicazioni scientifiche su riviste nazionali e internazionali, di monografie tematiche e di articoli. Nel 2014 ha conseguito l’idoneità nazionale a professore associato presso l’Università di Padova in Scienze Mediche e Applicate.
Da giugno 2016 è il nuovo vicepresidente del UHMS, Underwater and hyperbaric medical society, la storica società scientifica internazionale del settore.

IDott. Bosco, come si colloca la medicina iperbarica nel nostro paese e qual è il suo lavoro all’interno della Domus Medica?

BLa medicina iperbarica è una branca molto recente, un bambino che ha mosso i primi passi all’inizio degli anni settanta. Ad oggi sono una sessantina i centri distribuiti sul territorio nazionale italiano dove si ha una buona diffusione, nonostante sia considerata una terapia di nicchia. Certamente la medicina iperbarica è ancora a caccia di riconoscibilità e di una validazione dalle branche contigue quali la chirurgia vascolare, la diabetologia, l’ortopedia. Il mio lavoro è quello di promuovere ricerca e formazione. Presso l’Università di Padova faccio ricerca utilizzando piccole camere per sperimentare cellule ed animali, grandi camere per studiare il paziente. A San Marino stiamo lavorando molto bene per far crescere il centro iperbarico, da una a tre camere di terapia, e soprattutto agevolare la clinica che lo ospita con una buona interazione scientifica; in particolare conduco una interessante sperimentazione sull’uomo, chiaramente gratuita e volontaria, approvata da un comitato etico.

I: Su quali fronti?

BDa circa sei anni porto avanti un discorso sul paziente oncologico e l’iperbarica. Appena preso possesso del mio laboratorio presso l’Università di Padova ho intrapreso una bella avventura con la chirurgia pancreatica di Verona, con il Prof Bassi. Abbiamo prima sperimentato sulle cellule nell’intento di capire come queste reagiscano al chemioterapico oggi di maggior utilizzo, somministrando ossigeno inizialmente, durante e dopo l’utilizzo del farmaco per capire se questo fungesse da veicolo oppure aumentasse la vascolarizzazione e quindi la proliferazione della malattia- cosa che non è accaduta dimostrando che il chemioterapico con l’ossigeno terapia iperbarica tiene sotto controllo la situazione lavorando sulle cellule tumorali, lasciando integre quelle sane. Poi siamo passati sull’animale testando la tossicità dell’ossigeno e, sempre con il gruppo di Verona, abbiamo fatto il primo esperimento su un paziente, usando la camera iperbarica come pre trattamento alla chirurgia. Questa tipologia di pazienti candidata a subire una resezione importante, con una seduta il giorno prima dell’intervento ha dimostrato poi un outcome migliore, questo perché l’ossigeno iperbarico ha un forte potere anti infiammatorio. Laddove c’è una degenerazione dei tessuti la terapia è indicata; non si è invece ancora dimostrata l’efficacia sul tumore stesso.

I: Lei ha avviato una sperimentazione sull’autismo. Di cosa si tratta?

BQui a San Marino abbiamo avviato uno studio randomizzato controllato su bambini affetti da autismo. Il comitato etico di San marino ci ha fatto un po’ penare per ottenere l’autorizzazione a svolgere questo tipo di sperimentazione, ma è giusto che sia così per avere anche tutte le limitazioni necessarie dovendo trattare con pazienti così giovani per i quali bisogna porre la massima attenzione. L’approccio è molto semplice e assolutamente non cruento. I piccoli pazienti, parliamo di bambini dai 4 ai 12 anni, devono solo respirare ossigeno, poi con la neuropsichiatria infantile e la psicologia avremo delle tabelle di valutazione. La parte relazionale è quella sulla quale poniamo maggiore attenzione poiché le grandi limitazioni di questi bambini riguardano il linguaggio e la comunicazione. La diagnosi di invio è importante e noi dobbiamo convalidarla, i trattamenti sono quaranta per un massimo di quarantatre pazienti scelti in base all’età e che non abbiano altre problematiche che controindichino all’utilizzo della camera iperbarica.

I: Avete già delle risposte?

B: E’ presto per trarre delle conclusioni. Sul territorio nazionale, ma anche all’estero, i bambini autistici vengono trattati nei centri iperbarici a pagamento. L’autismo non è un’indicazione per l’ossigeno terapia iperbarica. Oggi giorno abbiamo una decina di pubblicazioni a riguardo e quella più importante ci dice che respirare ossigeno a cinque metri oppure aria è la stessa identica cosa nel migliorare il linguaggio, le atipie e l’approccio relazionale dei piccoli. Quindi speriamo di migliorare almeno la qualità della vita come presupposto. Il mio problema da universitario è quello di limitare un uso improprio dell’ossigeno iperbarico. Io ho creato un Master che vuole essere una palestra di formazione per medici, infermieri e tecnici. In generale è nostro dovere proporre l’ossigeno terapia iperbarica con la sicurezza che funzioni, bisogna aver ben chiaro l’effetto di questo trattamento ed inserirlo in un percorso terapeutico.

I: Mi sta dicendo che l’ossigeno terapia iperbarica deve essere sempre prescritta unitamente ad altri trattamenti?

B: Aldilà di quelle poche patologie per cui la terapia funziona da sola, per il resto, ad esempio per tamponare un’infezione, non posso far respirare solo ossigeno, ma necessiterò di un buon antibiotico, il chirurgo dovrà far bene la sua parte e via dicendo, in un approccio che non può che essere multidisciplinare. In Europa stiamo assistendo ad una limitazione dell’utilizzo della terapia iperbarica per le ulcere. La maggior parte dei pazienti si rivolgono ai centri di ossigeno terapia iperbarica proprio per velocizzare la cicatrizzazione delle ulcere, siano esse superficiali o dei tessuti molli, ma non tutte rispondono. Laddove ci sia anche un’infezione il trattamento diventa ancora più importante. Ma bisogna capire l’origine dell’ulcera. Ad esempio nell’ulcera diabetica che può essere trattata e nel migliore dei casi guarita, questo avverrà soltanto se si riesce a tenere il diabete sotto controllo altrimenti persisterà questo deficit microcircolatorio all’origine dell’ulcera. L’ossigeno terapia iperbarica serve in tutti i casi in cui abbiamo ipossia o ischemia parziale. Questo meccanismo d’azione è alla base anche dell’osteonecrosi delle ossa.

I: E il progetto presentato in America recentemente?

B: Ricorre quest’anno il 49° della Società Internazionale di Medicina Subacquea e Iperbarica, l’UHMS. Frequento quest’ambiente dal 1998, ho vissuto per qualche anno vicino New York dove ho fatto ricerca con alcuni rappresentanti di questa società. Con il congresso di quest’anno e all’indomani della bella esperienza a maggio di Lille in Francia, snodo europeo fondamentale con una consensus conference ogni quattro anni, abbiamo visto accettare come indicazione l’osteonecrosi della testa del femore attraverso un lavoro del nostro team internazionale. Un importante riconoscimento che ancora non ci vede sfondare in America questo perché parliamo di una patologia che gode di pochi lavori randomizzati; l’approccio scientifico e rigoroso di questa società richiede un numero consistente di lavori randomizzati affinchè il progetto sia accolto, ma contiamo di riuscirci il prossimo anno. Con la presentazione del nostro lavoro evidenziamo anche cosa vi è dietro il risvolto clinico positivo. Trattando l’osteonecrosi noi risolviamo l’edema, scompare il dolore e soprattutto rinforziamo l’osso; questo è macroscopicamente il beneficio che ne trae il paziente. La novità sta nell’aver cominciato a chiarire quale sia il meccanismo d’azione dell’ossigeno. Esistono due proteine il Rankl e l’Osteoprogeterina dal cui abbassamento e innalzamento dipende la distruzione o la rigenerazione dell’osso. Quindi è importante incrementare l’osteoprogeterina e abbiamo capito che questa comincia a crescere dalla trentesima seduta. L’intuizione di qualche tempo addietro del Prof. Vezzani sta trovando sempre più attuabilità perché andiamo incontro a quelle quaranta famose sedute decise empiricamente qualche anno fa. Monitorando l’incremento di queste proteine, il Rankle si blocca e l’Opg va alle stelle. Questa metodica potrà verosimilmente essere applicata anche alle altre articolazioni. Da diversi anni collaboro con un gruppo di lavoro in una rivista scientifica dell’Uhms di cui da quest’anno, con mia grande soddisfazione, sono stato eletto vicepresidente, carica che mi permetterà ancor di più di promuovere questa affascinante disciplina in giro per il mondo.